Sul femminicidio

-di Alessandro Peri

Genova, uccide moglie e poi tenta il suicidio, mangiato dai sensi di colpa.

Poco tempo fa, a Genova, si è verificato l’ennesimo caso di femminicidio: sempre la solita storia, per gelosia il marito ammazza la moglie. Il susseguirsi degli eventi è stato questo: una relazione in bilico, ormai praticamente chiusa per volontà di una ragazza che non trova più la felicità conosciuta in passato col compagno. Fino a qui sembra non esserci nulla di strano, magari qualcosa di triste e spiacevole, ma comunque possibile e ragionevole; invece è davvero inaccettabile l’idea morbosa di possesso verso l’ex partner coltivata da parte dell’uomo: è la degenerazione di questa mania a spingere l’uomo, esageratamente geloso, ad andare a cercare la donna sul luogo di lavoro e ad eliminarla dal mondo, solo perché questa povera donna non vedeva più un futuro col suo ex marito.

Ma perché si prova questo senso di possesso eccessivo verso una persona che non vuole più aver a che fare con noi?

La solitudine, la paura di non aver più nessuno con cui aprirsi, con cui stare bene, insomma non aver più nessuno da poter amare e da cui essere ricambiato: tutto ciò spaventa e può indurre a prendere decisioni, ma non è ammissibile che sia di questa portata. Non abbiamo alcun diritto di scegliere quando deve finire una vita e soprattutto non abbiamo moventi sufficienti per arrivare a conseguenze di questo spessore. Questi comportamenti sono ingiustificabili, ma purtroppo sono tanti, troppi: nel 2019, soltanto fino al 25 novembre le vittime di femminicidio in Italia ammontavano a 95 (una ogni tre giorni), nel 2018 invece 142. Questo argomento è sulla bocca di tutti, eppure da molti viene giustificato:

– “Eh, sì lui l’ha uccisa, ma lei, lei lo ha tradito… ti ricordi quando se beccavi tua moglie con uno e la ammazzavi, le pene erano minime, non era meglio?”

Questi discorsi sono il preludio a due dibattiti imperniati su argomenti sostanziali:

1) IL RAPPORTO NON PARITARIO TRA UOMO E DONNA: per quanto se ne scriva, se ne parli e se ne discuta, veniamo da una cultura purtroppo fortemente maschilista, difficile da sradicare dalla mentalità inconscia di molte persone

2) IL CONTINUARE UNA RELAZIONE SEBBENE MALSANA: non sempre i problemi che si vengono a creare all’interno di una relazione sono irrisolvibili e sarebbe sbagliato non provare neanche ad affrontarli e gettare subito la spugna; ma ci sono casi di persone che, pur di non suscitare dispiaceri ai familiari e dicerie tra amici, colleghi, conoscenti, preferiscono portare avanti un rapporto di facciata, di cortesia, soffrendo in silenzio, proseguendo una relazione non sana, non bella, ma cagionevole, insalubre. Viviamo in un paese dove regna il pregiudizio: verso le donne, verso gli stranieri, verso i più inesperti, verso gli omosessuali; quindi continua ad essere molto difficile rivelare ciò che si è davvero, e si finisce per indossare sempre quella maschera che si è creata e modellata negli anni, senza riuscire ad essere felici; un esempio possono essere tutte quelle persone che hanno messo su famiglia e che portano avanti relazioni omosessuali al di fuori di essa.

Sarebbe bene che si investissero maggiori risorse per una sensibilizzazione adeguata e non superficiale sul tema dei femminicidi: non basta organizzare un corteo, una marcia o una veglia per spostare l’attenzione sull’argomento, ma bisogna lavorare quotidianamente con chi è davvero in difficoltà. Anche perché, nonostante si promettano punizioni sempre più severe, questo fenomeno continua ad esistere e ad incombere con violenza sia nelle piccole che nelle grandi città, sia tra persone giovani che tra persone più avanti negli anni. Quello avvenuto a Genova si aggiunge ad una lista di femminicidi lunga kilometri ed una delle tante dimostrazioni è il fatto che nella lingua italiana ci sia un termine che sta ad indicare l’uccisione di una donna, ma non di un uomo, per cui si usa la generica parola omicidio.

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