L’aberrante record italiano delle spose bambine

-di Jessica Salemi

Mamma, da grande sarò una…” e se quel da grande si tramutasse nell’immediatezza? Se improvvisamente quella bimba di dodici anni fosse costretta a diventare una donna? Succede che un giorno, per sopperire alle difficili condizioni economiche o in virtù dello stigma delle mestruazioni che vige in certe culture, si viene ritenute pronte a sposarsi e forzatamente allontanate dalla propria stanza che in quell’età è il piccolo regno, precocemente sottratte al diritto di credere alla magica illusione del lieto eterno fine d’amore… Associamo, erroneamente, il fenomeno delle spose-bambine a paesi lontani, li critichiamo e definiamo retrogradi, indegni, con usanze ripugnanti… Ci sentiamo lontani dalle loro ideologie e di conseguenza superiori ad essi. Invece no esiste anche qui: secondo uno studio, nelle baraccopoli di Roma ci sono più matrimoni forzati che in Niger. Ilde Terracciano è una ragazza di Napoli che è stata data in sposa negli anni ’80 ad un camorrista. Venduta a 50 mila Lire (25,82 Euro) da sua madre, che dopo la morte del marito desiderava risposarsi e vedeva sua figlia come un ostacolo. Ilde aveva solo 12 anni, veniva abusata da quell’uomo che non aveva mai visto prima e che aveva 28 anni. Resta incinta e ed è costretta a sposarlo. Si sposano in chiesa, alla luce del sole, tutti vedono, ma nessuno si oppone, neanche il prete. Il ragazzo minaccia tutti… Questo fatto ha indelebilmente marcato la vita di Ilde, la quale dopo aver partorito il frutto della violenza decide di scappare, intraprende una vita di stenti e nutre un forte odio per la madre fino a desiderare di ucciderla… «Ho fatto un salto troppo grande, da bimba a madre, mi manca cosa vuol dire giocare con le bambole, andare al mare con gli amici, ricevere le tenerezze di qualcuno. Anche dal punto di vista fisico non ho mai fatto pace con me stessa. Per un lungo periodo ho fatto la doccia con la biancheria intima addosso, mi facevo schifo, mi coprivo anche se andavo in spiaggia» In Italia, soprattutto fino agli anni ’70, i matrimoni forzati erano una prassi, oggi non esistono veri e propri dati mirati sugli italiani e non ci sono misure specifiche nel Piano Nazionale Antiviolenza. La prima indagine in Italia, secondo una ricerca dell’Associazione 21 luglio pubblicata su Osservatoriodiritti.it, svela una situazione drammatica nelle baraccopoli di Roma, dove il tasso di matrimoni precoci raggiunge il 77%. Un dato peggiore anche del Niger, che finora ha detenuto il record mondiale quanto a spose bambine. E di gran lunga un primato negativo anche a livello europeo. Oggi, nel nostro Paese, si osservano queste realtà: “Ci è capitato il caso di una 16enne del Bangladesh destinata fin dalla nascita a uno zio di trent’anni più vecchio di lei. Si è confidata con noi e abbiamo cercato di aiutarla. Ma da un giorno all’altro è sparita, non abbiamo potuto fare altro che segnalare il fatto che non venisse più a scuola.” dice il Preside di una scuola media del centro storico di Palermo. Un imam, due testimoni e Skype. Basta questo, in Italia, per sposarsi anche a 10 anni e, raggiunta la maggiore età, tutto si formalizza nei Paesi di origine. Per questo le bimbe scompaiono improvvisamente dai banchi di scuola, senza tornare mai più… L’istruzione viene vista come una minaccia alla loro integrità e spesso sono vittime di mutilazioni genitali. Brescia attrae per le grandi opportunità lavorative, mentre Palermo è la prima città in cui si approda. Non sono però le uniche città affette da tale fenomeno: infatti a Torino una bambina egiziana è stata allontanata dalla propria famiglia e accolta in un centro di protezione, perché promessa in sposa ad un uomo maturo. Il fenomeno dei baby matrimoni è, inoltre, strettamente legato allo stigma delle mestruazioni. Avere il ciclo significa non solo essere automaticamente adatte al matrimonio, ma anche essere allontanate dalla scuola e tenute a digiuno. Per tale ragione l’associazione Mete ha iniziato a distribuire coppette mestruali in Burkina Faso per abbattere questo tabù. In Nepal invece, esiste il Chhaupadi che significa “qualcuno che porta impurità” e così, nei giorni del ciclo, molte donne nepalesi sono costrette ad andare in esilio in capanne apposite, perché considerate impure. Spesso muoiono a causa delle avversità dovute ai tentativi di sopravvivenza: morse da serpenti velenosi o, come l’ultimo caso dell’Himalaya, morte in un incendio scaturito dalla necessità di scaldarsi. I dati parlano chiaro: ogni 2 secondi nel nostro Pianeta si celebra un matrimonio forzato. Oltre alle tragiche sofferenze psicologiche, ci sono delle conseguenze fisiche. Circa 70mila bambine e ragazze muoiono ogni anno a causa del parto e delle complicazioni associate alle gravidanze precoci. Rawan, una bimba di soli 8 anni venduta dalla famiglia ad un uomo 40enne, è morta in Yemen a causa delle lacerazioni subite durante la prima notte di nozze. La storia di Niermo, pseudonimo scelto da una ragazzina rom con gli occhi verdi fa rabbrividire… Siamo a Firenze: a 13 anni  Niermo era stata venduta per 15mila euro dai genitori ad uno sconosciuto. Ora il padre è stato condannato a 13 anni dalla Corte d’assise di Firenze. Questo è quanto racconta la bimba al programma Storiacce: “Dopo l’accordo tra mio padre e i miei futuri suoceri, con tanto di caparra, io dovevo indossare una fascetta al braccio, per dimostrare che ero cosa loro. Non potevo più uscire da sola, mi imposero di dimagrire e soprattutto si assicurarono che io fossi vergine. Mi scrutarono e toccarono, quando vennero a conoscermi” Grazie ad un telefono abbandonato, ad un gioco, “Clash of clans”, e all’amicizia virtuale con un coetaneo, Niermo è riuscita a liberarsi dalla sua famiglia e da quel destino e oggi, ricordando quell’orribile esperienza, è illuminata da speranza: “Mentre i carabinieri mi portavano via, mia mamma mi urlava: ‘p******, torna a casa. Ora voglio solo cambiare nome, studiare e andare avanti con la mia nuova vita” Cosa fare? “Se ciascuno di noi non fosse indifferente di fronte a queste realtà, faciliterebbe quel percorso di emersione che poi permette di risolverle” afferma Rosalba Ceravolo, psicologa e ricercatrice. Non è facile per una bambina nominare e denunciare le violenze, non è semplice per un insegnante segnalare, non lo è neanche per un vicino che sente costantemente le urla, ma è necessario. Probabilmente dovremmo rovesciare gli stereotipi della società: non per forza una principessa deve aspettare il principe per essere liberata e spiccare il volo… Questa idea da un certo punto di vista presuppone un rapporto di dipendenza, e posizioni su piani diversi che poi, spesso, non permettono di distinguere cosa è dovuto e cosa invece lede la propria dignità. Forse è meglio dire ad una bambina che sarà lei stessa a trovare la via da percorrere nella vita e che non sarà mai necessario che si appoggi a qualcun altro per affermare se stessa e per godere dei suoi diritti. Le bambine non possono essere solo belle principesse, così come i bambini non sono solo principi, cavalieri e soldatini…

 

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